Accanto ai barboni come stigmate del tempo, Sgubin dipinge anche nature morte, che sono fioriture ed essenze del destino. La pittura non è diversa, e soprattutto si apparenta alle piccole tempere che fanno dei barboni delle incrostazioni sui muri di Roma, un'ombra rappresa e lasciata li, invecchiata come sono scuoiate e incenerite quelle figure.

Sgubin dipinge nature morte come poteva farlo De Pisis sul finire della vita: sul ciglio di un baratro, come una forte carica drammatica, evocativa. E la fioritura corrisponde a un tempo che ha già raggiunto la sua pienezza; la fioritura è già la notte imminente, e non a caso questi sono quadri dai quali gronda una materia notturna, come di Tiziano o Tintoretto a San Rocco. Una notte perenne, appena silenziosa, ma crepitante, violata, priva di orizzonti che non siano altre notti scure, maestose.

Questa pittura è carne essudata, non pellicola, non pelle, e solo mistero, anfratto, scoscesa discesa dentro il vago luogo del nulla. Vago ma abitato, umido, come certa pittura oggi di Ruggero Savinio, un pittore cui forse Sgubin, in queste nature morte, guarda con qualche interesse.

E la natura morta, più ancora del tema dei barboni, mette in gioco l'ombra, lo sporco della pittura, il turbinoso consistere della polvere estiva che si rapprende in colate di muschio colorato; appena colorato, perchè il tono vero di questo lavoro è assai castigato, di minima variazione sulla monocromia. Come camminare nelle navate buie di una chiesa, e percepire a fatica, poco per volta, un chiarore, un barlume lontano. La pittura di Sgubin ha questo valore forte della conoscenza, del procedere con lentezza, ma con altrettanta sicurezza, nel mondo dei fenomeni. E sono accadimenti che giungono per una inevitabilità del tempo, mai all'improvviso, ma seguendo un percorso che pare previsto da sempre. La pittura racconta questo tragitto con l'intensità di un diario, e tuttavia senza indugiare mai sulla raccontabilità, sul senso, anche barocco, della storia.

E questo appare ancora più incredibile se si pensa a quali siano i temi di questa pittura, a come potrebbe essere facile cadere nella descrizione più banale. Sgubin evita ogni rischio perchè fa della lievitazione poetica il suo punto di forza, e l'opera non è illuogo del racconto ma dell'illuminazione, della rottura del sentimento. Questa sorta di deflegrazione produce una nuova corrente di intensità che da luogo a un'altra storia, che non è più quella di prima, non è quella che pensavamo di ascoltare, di vedere dipinta.

Ecco il nuovo mondo Sgubin, quello per cui dipingere una natura morta è stare in diretto collegamento con il tempo, con la sua percorribilità l'essere l'uno e i molti, il pieno e il vuoto,la luce e la notte. E sono tra le cose più belle sue queste nature morte che egli coltiva da alcuni anni, come in una serra segreta, schiarita appena dal lume velato di una penombra saettante, vivida quasi intimidita. Quadri di una nuova maturità, che rovesciano gli schemi ottocenteschi del genere, e stanno ben confitti nell'alveo della modernità Per capire come sia ancora possibile, oggi, fare pittura; e farla con gli stessi strumenti di una volta, toccando quel punto del nostro destino che non può essere sigillato solo perché è pittura. Sgubin, con un atto di coraggio, lascia che continuino a crescere questi fiori rari, nominandoli uno a uno per dar loro una diversa consistenza.

Marco Goldin

© Ottavio Sgubin 2006